REGIONE MARCHE; Vitalizi, i dieci consiglieri che rinunciano

Dal sito: http://www.ilrestodelcarlino.it/ancona/politica/2011/12/10/634917-vitalizi_dieci_consiglieri_rinunciano.shtml

Ancona, 10 dicembre 2011 – IN dieci ci rinunciano. In dieci, tra i consiglieri regionali delle Marche, hanno dichiarato di non voler ricevere il vitalizio. Sono scaduti ieri i termini dettati dall’emendamento Bugaro, consigliere regionale del Pdl, che per primo ha proposto, e di conseguenza aderito, al provvedimento approvato dal Consiglio regionale in cui si autorizza la possibilità di non percepire il vitalizio da consigliere regionale, ma allo stesso tempo di ottenere il rimborso di quanto versato negli anni di legislatura. Seppur ormai decorso, il termine però viene di fatto riaperto dalla decisione presa dal Consiglio di abolire i vitalizi. Una proroga che modifica il senso della questione. Perché solo i dieci avranno la possibilità di vedersi rimborsato quanto versato, seppur senza interessi, anche se le trattenute sono state tassate, mentre agli altri il vitalizio sarà regolarmente concesso. I penalizzati saranno solo i futuri eletti che non riceveranno la ‘pensione’.

 Pdl MarcheAi dieci rinunciatari (Bugaro, Foschi, Carloni, Ciriaci, Massi, Zinni, Acquaroli del Pdl, Romagnoli e Silvetti di Fli e Dino Latini di Api) dovranno essere corrisposti complessivamente 800mila euro che è la somma dei contributi trattenuti nelle ‘buste paga’ dei consiglieri dal momento in cui li hanno cominciati a versare, praticamente dal loro insediamento.

Il via alle danze lo aveva dato lo stesso Bugaro, ma nel giro di qualche giorno diverse furono le adesioni: Francesco Massi, Giovanni Zinni, Francesco Acquaroli, Gabriella Ciriaci, quindi due di Fli, Franca Romagnoli e Daniele Silvetti, pur tra mille perplessità, e infine Dino Latini (Alleanza per l’Italia). La vicenda già al tempo aveva sollevato non poche polemiche circa l’opportunità di fare passare un provvedimento simile che mette a dura prova la tesoreria della Regione fortemente dilaniata dai costi fissi per i vitalizi degli ex consiglieri e le pensioni di reversibilità nei confronti di vedove e vedovi o figli che ne hanno avuto diritto (un unico caso). Questo perché consiglieri come Bugaro sono in aula dal 2005, altri come Massi e Romagnoli dal 2000.
A questo dato si aggiunge anche quello che nel 2011 i versamenti per i contributi sono stati poco meno di 900mila euro, uno sbilanciamento di cui non si può tenere conto.

In ordine di tempo gli ultimi a rinunciare al vitalizio sono stati i consiglieri Mirco Carloni ed Elisabetta Foschi che ieri hanno depositato l’atto. “Abbiamo rinunciato a un privilegio — dicono — che è quello di vedersi assegnato, una volta compiuti i 60 anni di età, un assegno mensile il cui importo va da un minimo di 1.500 ad oltre 4mila euro a seconda degli anni di legislatura svolti. Ad oggi la Regione Marche spende oltre 4 milioni di euro per pagare i vitalizi degli ex consiglieri e la somma cresce ogni anno”.

Mercoledì scorso, appunto, l’ufficio di presidenza del Consiglio regionale insieme alla prima commissione, ha approvato una proposta di legge, che dovrà essere votata dall’aula nelle prossime settimane, in cui si prevede l’abolizione del vitalizio ma solo dalla prossima legislatura “salvaguardando pertanto il privilegio per tutti gli attuali consiglieri regionali che al raggiungimento dei 60 anni si vedranno riconosciuto questo vantaggioso trattamento pensionistico. Ci è sembrato a questo punto doveroso, soprattutto in una fase di forte difficoltà economica in cui tutti sono chiamati a fare pesanti sacrifici, rinunciare spontaneamente a questo privilegio”.
Carloni ha anche inserito la notizia su Facebook, il noto social network riscuotendo tantissimi attestati di stima da tutti i suoi amici o colleghi di partito. “Mi sono stancato — aggiunge — di essere additato come un privilegiato. Rinuncio perché la politica serve e i politici non sono tutti uguali”. Ora non resta che vedere cosa accadrà in aula e se il provvedimento verrà approvato considerando che la discussione sull’argomento è sempre molto accesa e continua a dividere.

 

La presa elettrica che fa risparmiare

Dal sito del Corriere:

http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/2011/19-luglio-2011/presa-elettrica-che-fa-risparmiare-1901127808304.shtml

Si mette nella presa degli elettrodomestici e fa risparmiare sino al 30% di energia: è «GreenBuilding», sviluppato a Ingegneria di Pisa

 

PISA – E’ piccolo, si mette direttamente nella prese degli elettrodomestici e fa risparmiare siano al 30 per cento di energia. «GreenBuilding», questo è il suo nome, per il momento è solo un prototipo sviluppato al dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa.

«L’apparecchio – ha detto Francesco Corucci – è il risultato della mia tesina triennale». Un progetto però che non è rimasto solo sulla carta, ma che è stato anche realizzato e testato. «L’ho usato in casa mia per un mese – ha aggiunto Corucci – e anche in quella di alcuni miei amici studenti che si sono offerti come volontari». Il funzionamento di «GreenBuilding», è relativamente semplice: l’apparecchio è composto di sensori che, collegati alle prese della corrente, permettono il monitoraggio in tempo reale dei consumi dei singoli elettrodomestici.

«I dati vengono raccolti ed elaborati in un server che invia opportuni feedback agli utenti, via e-mail o sms», ha spiegato il professor Giuseppe Anastasi che ha seguito la tesina di Corucci. «La particolarità – ha aggiunto – è che i sensori sono “intelligenti” cioè possono controllare opportunamente il comportamento degli elettrodomestici aiutandoci così a usare in modo più efficiente le risorse energetiche». In pratica, «GreenBuilding» può spegnere una lampada lasciata accesa, azionare la lavatrice in orari notturni quando la tariffa energetica è più conveniente o regolare lo spegnimento di elettrodomestici lasciati in standby.

Pur perfettamente funzionante, per adesso «GreenBuilding» è solo un prototipo. Il suo prezzo in fatti non è ancora commercialmente sostenibile. «Speriamo di poter produrre un sistema che arrivi a costare sui 200 euro e che ogni famiglia possa installare a casa come un qualsiasi antifurto – ha concluso Anastasi – per adesso l’idea è sperimentarlo con ditte che si occupano di certificazione energetica per fare monitoraggi e report sui consumi».

Marina Magnani
19 luglio 2011(ultima modifica: 23 luglio 2011)

 

Affittopoli investe il centrosinistra

Dal Corriere della Sera   http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/11_marzo_4/affittopoli-centrosinistra-190150375536.shtml

Il caso del figlio di Visco: 154 metri a Campo de’ Fiori a 910 mila euro. Nuovo filone su contratti il 2001 e il 2008 per locali e sedi di partito, associazioni, ristoranti.

 

(Imagoeconomica)   (Imagoeconomica)ROMA – Oltre 2 mila case di proprietà del Comune che avrebbero fruttato al Campidoglio appena il 15% del loro valore. Si tratta di sedi di associazioni utilizzate come sezioni di partito a canoni d’affitto irrisori e non pagati da decenni. Appartamenti in zone centrali venduti a prezzi molto inferiori al loro reale valore. È questo il nuovo filone di «Affittopoli» che abbraccia un periodo compreso dal 2001 al 2008, quando la Capitale era governata dal centrosinistra e il sindaco era Walter Veltroni. E le novità stanno scatenando roventi polemiche nel mondo politico romano. Nell’elenco c’è di tutto: dal ristorante «Checco er Carettiere» di Trastevere, uno dei preferiti da Roberto Benigni, che pagherebbe 300 euro al mese d’affitto ad un albergo di lusso con un canone di 2.500 euro.

 Non mancano le sedi di partito: una del Pd in via Vaiano ha un affitto di appena 254 euro mensili, (Foto Eidon)mentre un’altra sede di Sinistra e libertà ne dovrebbe pagare 213, ma è morosa da una decina d’anni. E sarebbero decine le case vendute a prezzi molto inferiori a quelli di mercato. Tra queste l’appartamento da 155 metri quadrati del figlio dell’ex ministro delle Finanze, Vincenzo Visco, vicino Campo de’ Fiori: l’abitazione sarebbe costata 900 mila euro, il 30-40% in meno del valore reale.
Il centrodestra, per bocca di Barbara Saltamartini, parlamentare Pdl, accusa: «Se le notizie fossero confermate, sarebbe uno dei più grandi scandali della storia dell’amministrazione capitolina: la magistratura, alla luce di questi fatti, faccia chiarezza per capire chi ha permesso questo vero e proprio scempio». Parole condivise dal vice presidente della commissione Patrimonio di Roma Capitale, Domenico Naccari (Pdl) che aggiunge: «È opportuno, nell’interesse dei cittadini romani, che venga fatta tutta la chiarezza necessaria, a tutela della dovuta trasparenza amministrativa».
Replicano i parlamentari del Pd Roberto Morassut, che durante la giunta Veltroni è stato assessore comunale all’Urbanistica, e Walter Verini: «La gestione amministrativa delle giunte guidate dal sindaco Walter Veltroni si è sempre attenuta ad un rigoroso rispetto delle regole e alla trasparenza». E ancora: «Non saranno certo velenose campagne di stampa a cambiare le carte in tavola o a nascondere la situazione di disastro anche morale della giunta Alemanno, con il suo immobilismo e con i suoi scandali».

(Foto Eidon)E dalla Regione Giancarlo Miele (Pdl) ricorda riferendosi alla gestione degli immobili appartenenti ale Ipab: «Dopo 5 anni di monopolio assoluto l’ex maggioranza di centrosinistra finge di non essersi resa conto del malgoverno di cui è stata responsabile ed in particolare della cattiva gestione del patrimonio immobiliare pubblico». E adesso «nel vortice di affittopoli e svendopoli alcuni consiglieri, che fino a pochi mesi fa avevano precise responsabilità politiche e amministrative – sottolinea Miele – chiedono all’attuale assessorato al Patrimonio l’accesso agli atti, per verificare canoni e locazioni. Francamente non si capisce il senso di questa richiesta».
Intanto ieri nell’Assemblea capitolina Giordano Tredicine (Pdl) ha presentato una mozione insieme al collega Ugo Cassone per «rivedere il piano di dismissione delle case dell’ente previdenziale Enasarco». Tredicine poi precisa: «È necessario istituire un tavolo di concertazione tra Enasarco, sindacati degli inquilini, lavoratori della fondazione e rappresentanti del Comune per fare chiarezza quanto prima e valutare alternative in merito alle condizioni che l’Enasarco ha stabilito per gli inquilini».

Articolo sul Corriere della Sera, Cronaca di Roma, a pagina 1 e 2
04 marzo 2011

 

Assolto l’ex deputato Fi Mercadante Ha scontato quasi sei anni di arresti

dal sito:

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/palermo/notizie/cronaca/2011/21-febbraio-2011/assolto-ex-deputato-fi-mercadanteha-scontato-quasi-sei-anni-carcere-19068448961.shtml

La Corte d’Appello di Palermo: “Il fatto non sussiste”
In primo grado fu condannato ad oltre dieci anni

PALERMO – In primo grado era stato condannato a 10 anni e 8 mesi e marchiato come mafioso. Il gip che lo mandò in carcere,

Mercadante

accogliendo in pieno le tesi della procura, lo definì tanto vicino al capomafia Bernardo Provenzano da far parte di «una Cosa sua», più che di Cosa Nostra. Un’espressione forte che doveva rendere l’idea dello stretto legame che univa il padrino di Corleone a Giovanni Mercadante, 61 anni, radiologo con la passione per la politica, eletto all’Ars nelle fila di Forza Italia. Dopo quasi sei anni di custodia cautelare – tra carcere e arresti domiciliari – e una condanna per associazione mafiosa, la corte d’appello di Palermo – presidente Biagio Insacco – riscrive la storia dell’ex deputato regionale, mandandolo assolto e ordinando la revoca dei domiciliari a cui era sottoposto.

IL PM: SONO SORPRESO – Una sentenza destinata a far discutere, che sconfessa il primo verdetto. «Sono veramente sorpreso», commenta il pm della Dda Nino Di Matteo che ha istruito il processo di primo grado. «Il quadro probatorio a carico dell’imputato – aggiunge – era stato ritenuto molto solido sia dal tribunale, al termine di una istruttoria dibattimentale molto accurata e complessa, sia in sede cautelare da più collegi del Riesame e dalla stessa Suprema Corte».

L’EX DEPUTATO: RINGRAZIO DIO E LA MIA FAMIGLIA – “Emozionato e felice, non so che altro dire”, sussurra Mercadante, che affida a uno dei suoi legali, l’avvocato Grazia Volo, il commento, anche perché ha perso la voce per la gioia. «Ringrazio i miei difensori – dice quando gli viene comunicata la sentenza – Dio e la mia famiglia». Parente dello storico boss di Prizzi Tommaso Cannella, l’ex parlamentare era accusato di essere stato medico di fiducia delle cosche e punto di riferimento dei boss nel mondo della politica. Indagato già in passato, la sua posizione viene archiviata per due volte. Poi, nel 2006, la svolta nell’inchiesta. A carico dell’ex deputato, alle accuse dei pentiti, si aggiungono le intercettazioni ambientali effettuate nel box del capomafia Nino Rotolo, luogo scelto dai clan per i loro summit. Nei colloqui, registrati per oltre un anno, il nome di Mercadante emerge più volte. Per l’accusa, l’ex parlamentare azzurro sarebbe stato «pienamente inserito nel sodalizio criminoso».

I PENTITI – Una conclusione riscontrata anche dalle testimonianze di collaboratori di giustizia: da Nino Giuffrè ad Angelo Siino e Giovanni Brusca. Giuffrè ad esempio racconta di essersi rivolto al medico, su indicazione dello stesso Provenzano, per fare eseguire alcuni esami clinici al latitante agrigentino Ignazio Ribisi. Prove non sufficienti, secondo i giudici, che nella formula assolutoria usano il secondo comma dell’articolo 530 del codice di procedura penale, stabilendo che «il fatto non sussiste».

CONDANNATI I COIMPUTATI – Invariata, invece, la pena per tre dei coimputati. A 16 anni viene condannato Nino Cinà, l’uomo dei misteri della trattativa tra Stato e mafia. Reggente del mandamento di Resuttana, sarebbe stato «mediatore e pacificatore», a lui Totò Riina avrebbe dato il papello con le richieste del padrino allo Stato per interrompere le stragi. Medico di Totò Riina e di Bernardo Provenzano, Cinà è già stato condannato due volte per associazione mafiosa. Confermate anche le pene inflitte a Provenzano (sei anni), accusato di estorsione, e al commerciante Paolo Buscemi (sei mesi), imputato di favoreggiamento. Solo una lieve riduzione di pena è stata accordata allo storico boss di Torretta Lorenzo Di Maggio. Il tribunale gli aveva dato 9 anni e 4 mesi, diventati ora 7 anni.

L’ARRESTO NEL 2006 – L’ex politico azzurro fu arrestato nel 2006 al termine di un blitz antimafia denominato “Gotha” . Nel luglio 2009, dopo oltre 17 ore di camera di consiglio, i giudici della seconda sezione penale di Palermo condannarono il radiologo a 10 anni e otto mesi di carcere per associazione mafiosa. Il medico era stato accusato dai pm Nino Di Matteo e Gaetano Paci (che avevano chiesto per lui una pena detentiva di 14 anni) di essere a disposizione di Provenzano sia nell’ambito della sanità che nella politica rivestendo un ruolo apicale nel vertice di Cosa Nostra. Secondo la Procura di Palermo l’ex primario della Radiologia del Maurizio Ascoli, nonché primo cugino del consigliori di Provenzano Tommaso (Masino) Cannella, aveva messo a disposizione la sua perizia professionale per l’effettuazione di esami clinici in favore dei boss.

MICCICHE’ – «L’assoluzione di Giovanni Mercadante mi riempie di gioia e lascia dentro di me tanta, tantissima amarezza: Mercadante è stato condannato a patire le pene dell’inferno, ancor prima di ricevere una vera sentenza di condanna». Lo afferma il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e leader di Forza del Sud, Gianfranco Miccichè. «Anni di carcere – aggiunge Miccichè – senza che il fatto sussistesse: non ci sono parole. Solo interrogativi e i tanti dubbi sulla giustizia di questo Paese, che ci portiamo dietro da quasi vent’anni ormai e che ancora una volta – conclude – si dimostrano assolutamente fondati».

Un’altra sconfitta per i guardiani della rivoluzione del 92

Mannino e l’accusa di mafia
Assolto dopo diciassette anni

L’ex ministro dc: mi hanno tolto un pezzo di vita

dal sito:

http://www.corriere.it/politica/10_gennaio_15/mannino_cassazione_sentenza_95e09b06-01b5-11df-866a-00144f02aabe.shtml

PALERMO – Per capire il calvario giudiziario di Calogero Mannino, assolto ieri in Cassazione dall’accusa di concorso esterno alla mafia dopo 19 anni di indagini e processi, basta ascoltare il suo primo commento: «Hanno portato via un pezzo della mia vita». Ma forse per mettere a fuoco lo psicodramma politico-giudiziario bisognerebbe ripartire da quei manifesti giganti che, per le elezioni del 1991, tappezzarono tutta la Sicilia con una sorta di sfida lanciata dalla grassa e inquinata Democrazia Cristiana alla mafia dei Corleonesi, di Riina e Provenzano, già latitanti da trent’anni. Perché su quei proclami voluti dall’ex ministro poi finito in cella si leggeva per la prima volta a caratteri cubitali «Contro la mafia, costi quel che costi».

Firmato Mannino, allora segretario regionale del partito, leader della sinistra interna, deciso a isolare «don» Vito Ciancimino, in buoni rapporti con Giovanni Falcone e, allora, appena salvato da Paolo Borsellino che aveva bloccato le insinuazioni di un pentito pilotato. Eppure, morti Falcone e Borsellino, due anni dopo le grandi stragi, nel febbraio ’94, a un anno dalla discussa cattura di Riina, fu notificato l’avviso di garanzia e nel febbraio ’95 maturò l’arresto di Mannino, triturato dal pool della Procura dove era arrivato un nuovo capo, Giancarlo Caselli, indifferente a quei manifesti che debbono essergli sembrati la prova del paradosso siciliano di chi dice una cosa per farne intendere un’altra.

Fatto sta che quel tentativo di sganciare almeno un pezzo della vecchia Dc dalle trame mafiose abortì con la stessa fine del partito e con il terremoto giudiziario di Mannino, additato come l’interlocutore diretto dello Stato con l’antistato. Per dirla con quello che Caselli, i sostituti Vittorio Teresi e Teresa Principato, indicarono come il «Buscetta della politica», tal Gioachino Pennino, un amico di Ciancimino, per dieci anni considerato un pentito attendibile, poi mollato, adesso ritenuto da tanti magistrati un bluff. Smentito via via perfino da altri boss come Leoluca Bagarella che definì Mannino «un carabiniere» e Giovanni Brusca, il pentito che rivelò il progetto di uccidere l’ex ministro «perché aveva avversato pubblicamente Cosa Nostra». Sono cadute una dopo l’altra le accuse, un processo dopo l’altro. I giudici di primo grado si convinsero dell’insussistenza delle prove. Di qui la prima assoluzione, dopo sei anni di dibattimento, nove mesi a Rebibbia, due anni ai domiciliari e un carcinoma. Fu immediato il ricorso al secondo grado chiesto e ottenuto dalla Procura. Lasciando sul banco d’accusa lo stesso pm frattanto nominato sostituto procuratore generale, Teresi. Un nuovo processo concluso nel 2004 con una condanna a 5 anni e 4 mesi. Cominciò allora il ping pong fra Palermo e Roma. Con la difesa che ricorse in Cassazione dove il procuratore generale chiese l’assoluzione dell’imputato.

La corte preferì ordinare un nuovo processo, ma esprimendo un giudizio severo per il lavoro compiuto in secondo grado. E i nuovi giudici d’appello a Palermo ne tennero conto. A fine 2008 la nuova assoluzione che demolì l’ipotesi di un presunto patto politico-elettorale con la mafia, ritenuto «evanescente, dunque insussistente». Poteva finire lì il «calvario», come lo chiama Mannino pensando alla moglie, Giusi Burgio, al figlio Toto, a tutti i familiari. E invece la procura generale ci provò di nuovo. «Prendendo una sberla dalla Cassazione», commentano euforici gli avvocati Salvo Riela e Grazia Volo. Perché la Suprema Corte ieri ha rigettato il ricorso ritenendolo «inammissibile». Molti sono convinti che quella Dc, anche la Dc di Mannino, deve avere avuto le sue colpe per i compromessi con la mafia. E continueranno le polemiche politiche, mentre esultano Casini, Buttiglione, Cesa, il suo «pupillo» Totò Cuffaro e non solo i leader dell’Udc, partito di cui Mannino è deputato a Montecitorio. Ma l’epilogo giudiziario evidenzia più di un paradosso. Perché Mannino era il nemico di Ciancimino. O meglio Ciancimino non lo tollerava, con lo stesso atteggiamento covato contro i big della sinistra Dc che lo avevano isolato sin dal 1983, al congresso di Agrigento. Ma paradossalmente da qualche tempo i pubblici accusatori di Palermo auspicavano una condanna definitiva di Mannino, mentre corre sulla strada accidentata di una ipotetica e complessa riabilitazione il rampollo di don Vito. È la partita aperta di una Palermo dove Mannino è il primo a non volere fare un uso strumentale del verdetto, pur convinto che «non c’è una giustizia da cambiare», ma «da cambiare sono le regole di funzionamento dell’accusa, questo è il vero problema».

Felice Cavallaro
15 gennaio 2010

Egitto: crescono sentimenti anticristiani – dossier

Dal sito :

http://www.porteaperteitalia.org/index.php?id=10,463,0,0,1,0

Che la situazione in Egitto non fosse delle migliori per i cristiani si sa da tempo, ma ormai i media internazionali e non solo segnalano un drastico peggioramento della situazione, soprattutto dopo gli attacchi alla chiesa di Bagdad. Subito dopo l’attacco, come saprete, il gruppo estremista lo Stato Islamico di Iraq ha rivendicato gli attacchi e lanciato una minaccia a tutti i cristiani del mondo e alle relative istituzioni e organizzazioni, definendoli potenziali bersagli della guerra santa. Il monito era rivolto a tutti, ma in particolare ai cristiani egiziani copti, colpevoli secondo la delirante dichiarazione degli estremisti, di tenere incarcerate due donne cristiane convertitesi all’Islam. Da quel giorno di fine ottobre, si sono susseguiti in Iraq una serie terrificante di attacchi contro i cristiani, con numerose vittime di esplosioni di bombe ed esecuzioni mirate. In Egitto, intanto, la tensione è divenuta sempre più palpabile, con una serie di minacce dirette a membri di varie comunità cristiane. Il governo egiziano ha dato il via a un pacchetto di misure di sicurezza pubblica e sono apparsi numerosi agenti e militari in chiese e istituzioni cristiane, oltre che in luoghi ritenuti a rischio attentati. Le autorità hanno chiesto ai leader cristiani di cancellare molte attività pubbliche delle varie comunità e questo di fatto sta accadendo. A scanso di equivoci, è evidente che ad essere bersaglio di possibili attentati non sono di certo solo i cristiani copti, bensì tutti i cristiani egiziani.L’obiettivo di questo articolo non è quello di parlarvi esclusivamente della condizione dei cristiani egiziani (o iracheni), ma quello di farvi notare come i termini “persecuzione dei cristiani” siano entrati ormai nel linguaggio collettivo e soprattutto dei media nazionali e internazionali. Si sta togliendo un velo dagli occhi di molti occidentali (cristiani o meno) che fino ad ora ha impedito loro di vedere e comprendere una verità inconfutabile: i cristiani nel mondo extra-occidentale sono bersaglio di soprusi, vessazioni, torture, incarceramenti, esecuzioni e assassini. Porte Aperte si batte non solo per aiutare i cristiani che soffrono, ma anche perché i cristiani liberi, o meglio, il mondo libero possa essere sensibilizzato su questa drammatica realtà.

Angelo Panebianco, esperto politologo e saggista (tra i massimi esistenti in Italia), in un editoriale per il Corriere della Sera sottolinea la gravità della situazione parlando di “Cristiani invisibili”, denunciando l’efferata strategia di eliminazione dei cristiani che sta sconquassando una fascia del pianeta che va dall’Indonesia all’India, dal Pakistan al Vicino Oriente e che si spinge fino ai territori islamici dell’Africa subsahariana. Panebianco afferma: “Le cifre sulla persecuzione dei cristiani nel mondo sono impressionanti… Uccidere cristiani, anche là dove essi hanno solo la religione in comune con gli occidentali, ha un grande valore simbolico: elimina una presenza «impura», la spazza via dai territori che agli occhi di chi uccide, e dei tanti che applaudono alle uccisioni, appartengono di diritto ai praticanti di un’altra religione e, contemporaneamente, sferra un altro colpo agli odiati occidentali”.

Il famoso politologo parla di scontro di civiltà e di come la nostra civiltà, quella occidentale, quella che ha radici cristiane, sia paradossalmente quasi indifferente alla sorte dei cristiani nel mondo: “Gli occidentali, però, fanno finta di niente, fingono di non vedere e non capire. La persecuzione dei cristiani non è un tema che sia mai davvero entrato nelle agende dei governi occidentali di Stati Uniti e Europa, sembra non riguardarli”. Conclude l’editoriale con un monito forte nei confronti della nostra società: “Il nostro sostanziale disinteresse serve a un bel po’ di fanatici in giro per il mondo anche per prenderci le misure, per giudicarci. Ciò che vedono può indurli a pensare che siamo deboli e decadenti e che non c’è pertanto alcun motivo di fermare la mattanza

Alluvioni in Pakistan, Onu “I ricchi deviano le acque sui villaggi dei più poveri”

Da http://www.ilgiornale.it/esteri/alluvioni_pakistan_onu_i_ricchi_deviano_acque_sui_villaggi_piu_poveri/cronaca-pakistan-alluvioni-inondazioni/03-09-2010/articolo-id=470969-page=0-comments=1#1

Il flusso delle inondazioni in Pakistan è stato deviato artificialmente verso villaggi poveri, in particolari cristiani, per salvare le terre dei grandi latifondisti. La denuncia dell’Onu alla Bbc: “Abbiamo le prove”

Islamabad - Il flusso delle inondazioni in Pakistan è stato deviato artificialmente verso villaggi poveri, in particolari cristiani, per salvare le terre dei grandi latifondisti. E’ l’accusa che proviene dall’ambasciatore pachistano presso le Nazioni Unite, Abdullah Hussain Haroon, e che conferma i sospetti avanzati due giorni fa dall’agenzia cattolica Fides.

Le accuse al Pakistan “Vi sono prove che i proprietari terrieri hanno fatto costruire barriere e che le acque vengono deviate verso villaggi indifesi di poveri agricoltori”, ha detto il diplomatico in un una intervista alla Bbc. Altre rimostranze in tal senso erano giunte da ong impegnate nei soccorsi. L’ambasciatore ha chiesto al governo di Islamabad l’apertura di una inchiesta ufficiale sull’accaduto. L’agenzia Fides aveva segnalato la drammatica esperienza del villaggio cristiano di Khokharabad, nei pressi di Multan (provincia del Punjab) dove gli allagamenti provocati deliberatamente avevano ucciso 15 residenti e causato oltre 300 sfollati. Altri casi analoghi sono avvenuti nella provincia meridionale del Sindh dove campi e villaggi cristiani sono stati sommersi a causa di deviazioni artificiali costruite su ordine dei latifondisti per salvare per proprie terre.

La casella di posta elettronica avrà lo stesso valore legale di una raccomandata con avviso di ricevimento

La mail certificata? Come una raccomandata

Dal sito : http://www.corriere.it/cronache/10_aprile_26/mail-certificata_1083573e-510e-11df-884e-00144f02aabe.shtml

ROMA – Il salto nel futuro potrebbe essere epocale, bisogna vedere se si farà: niente più file alla posta e via alle inutili cataste di carta inutili. Da lunedì scatta il giorno della Pec-Day, la casella di posta elettronica che ha lo stesso valore di una raccomandata con avviso di ricevimento sarà attiva per 50 milioni di italiani, tutti i maggiorenni che possiedono il codice fiscale.

COME FUNZIONA – Per richiedere l’attivazione gratuita del servizio sarà sufficiente collegarsi al portale www.postacertificata.gov.it e seguire la procedura guidata che consente di inserire la richiesta. Trascorse 24 ore dalla registrazione online (ed entro 3 mesi) ci si potrà quindi recare presso uno degli uffici postali abilitati per l’identificazione e firmare il modulo di adesione. Bisognerà portare con sè un documento di riconoscimento personale e uno comprovante il codice fiscale (codice fiscale in originale o tessera sanitaria) così come una fotocopia di entrambi i documenti, da consegnare. Gli indirizzi Pec delle pubbliche amministrazioni sono invece disponibili sull’archivio informatico accessibile attraverso il sito www.indicepa.gov.it, fonte ufficiale e riferimento per gli adempimenti previsti per le amministrazioni. È stato inoltre sviluppato il sito www.paginepecpa.gov.it per rendere più semplice la ricerca degli indirizzi Pec per il cittadino.

BRUNETTA: «10 MILIONI DI UTENTI ENTRO L’ANNO» – L’obiettivo, ha annunciato il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, è di arrivare entro l’anno a 10 milioni di utenti. Il ministro ha precisato che «il mancato assolvimento degli adempimenti relativi alla Pec influisce negativamente sulla misurazione della performance dei dirigenti che saranno penalizzati nella distribuzione dei premi di risultato». Per accelerare la diffusione della Pec nella pubblica amministrazione il ministro ha affidato all’ispettorato della funzione pubblica l’attività di controllo e al Formez la realizzazione di un’indagine diretta a quantificare la dotazione effettiva della Pec nelle p.a. A poche ore dall’avvio, nonostante stia aumentando progressivamente il numero delle amministrazioni che si mettono in regola, ancora molte mancano all’appello. In particolare, in base ai dati forniti dal ministero, (aggiornati a ieri), 29 amministrazioni centrali hanno pubblicato almeno una Pec, 12 si sono impegnate a farlo nelle prossime ore, mentre 7 risultano inadempienti Faticano ad allinearsi le Asl: sono dotate di almeno una casella di posta certificata 32 su 149. E lo stesso vale per le Università: solo 20 su 93 gli atenei virtuosi. Per quanto riguarda le Regioni, 9 sono quelle in regola (Basilicata, Calabria, Emilia Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Puglia, Umbria, Campania e Marche);. 4 si sono impegnate a pubblicare almeno una Pec nelle prossime ore (Molise, Sicilia, Veneto e Lazio) e 7 sono inadempienti (Abruzzo, Liguria, Piemonte, Sardegna, Toscana, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta).Tra le province, 67 sono quelle virtuose, 23 si sono impegnate ad allinearsi e 19 non sono ancora dotate dell’e-mail certificata. Sono invece già dotati di almeno una Pec 80 comuni capoluogo, mentre 11 si sono impegnati a farlo.

Il giudice che escluse gli azzurri tiene in ufficio il ritratto del Che

Tratto da: http://www.ilgiornale.it/interni/il_giudice_che_escluse_azzurri_tiene_ufficio_ritratto_che/09-03-2010/articolo-id=427910-page=0-comments=1

Di Emanuela Fontana

(Inseriamo questo articolo perche’ ci sembra ……….. particolare)

Anna Argento è presidente della prima Corte d’Assise di Roma: rifiutò di accogliere gli elenchi Pdl. Denunciata per abuso d’ufficio, intervistata dal Tg3. In bella mostra il quadro del rivoluzionario

tg3

Roma – Forse senza volerlo, è diventata una star. Tremilanovecentosettantadue fan su Facebook, centocinquantotto commenti sul blog di Beppe Grillo, trecentoventinove voti al video su YouTube. Magistrato, servitrice della legge, denunciata per abuso d’ufficio dal Pdl. La nuova stella. Di fronte a questa donna evapora la gloria di Luigi De Magistris, sbiadiscono i blazer verdi delle belle hostess Alitalia.

Tra il popolo viola assetato di miti, sulle pagine dei network alla ricerca di talenti da brandire contro il governo Berlusconi, ricorre un nome limpido, quanto sconosciuto, sempre il suo: Anna Argento.
Chi è mai questa signora? Per i frequentatori del tribunale di Roma non è proprio un’estranea: è presidente della prima sezione della Corte d’Assise della Capitale. Non è anonima nemmeno per i responsabili del Pdl che il 27 febbraio a mezzogiorno non hanno consegnato entro il limite orario la lista per le elezioni regionali. Anna Argento era lì, sul luogo del delitto. Toccava anche a lei, perché era di turno, accogliere le liste, verificare, accettare, o rifiutare. E lei ha rifiutato.
La sua verità l’ha raccontata due giorni fa al Tg3. E da allora i «viola», i «grilli», i cacciatori di eroi, sono in visibilio. «Coraggio Anna!». «Ciao Anna, ti voglio bene!». «Son tornate le spedizioni punitive – scrive su Facebook Giovanni Carullo -. Cosa succede in Italia se rispetti la legge? Ti puniscono. È quello che è successo ad Anna Argento».

Il servizio del Tg3 mostra il giudice, una distinta signora dal caschetto biondo, che s’infila la toga nel suo ufficio. Parte la voce della giornalista che racconta. Dopo pochi secondi, il servizio ha un’impennata di interesse. Il fermo immagine è nitido, nonostante l’oggetto particolare sia poggiato contro il muro, in un angolo, capovolto. Quest’oggetto è un ritratto in bianco e nero di Ernesto Che Guevara che fuma il suo sigaro, in una delle espressioni più affascinanti del suo repertorio iconografico. Non è specificato se la stanza mostrata sia quella personale del giudice, comunque il comandante è lì, nell’ufficio del Tribunale di Roma, pronto per essere portato via, spostato, o appeso. Incorniciato con cura, il guerrigliero argentino.

Anna Argento cammina a testa alta accanto allo sguardo suadente del Che. Le immagini subliminali captate dall’inconscio hanno un effetto straordinario sulla mente di chi osserva. Qui tutto è probabilmente casuale, ma insieme perfetto. Anna Argento adesso è perfetta. Soffre un’ingiustizia e lotta, hasta la victoria, siempre.
Rilascia poche battute al Tg3, con pacatezza: «La litigata era già in atto quando noi siamo andati a verificare». Alle 18 ha ricevuto alcuni documenti integrativi dai delegati del Pdl. Non li ha accettati: «Abbiamo risposto che non si può integrare qualcosa che non esiste». La lista di centrodestra non esisteva. Quindi, racconta, è stata denunciata per abuso d’ufficio: «È la prima intervista al mondo che faccio, io parlo con i miei provvedimenti». Poi, una frase finale che nella rete diventerà forse un manifesto: «Ho parlato per dare sfogo a una coscienza che volevo dimostrare di avere».
In realtà questa non è proprio la prima intervista mondiale. Per quattro volte in passato il presidente della prima sezione della Corte d’Assise di Roma ha parlato con una radio. Radio Radicale.

L’emittente di Marco Pannella l’ha sentita anche molto recentemente, il 16 febbraio, sul processo in corso a Roma contro i generali sudamericani accusati di aver ucciso desaparecidos italiani. Altri due interventi hanno riguardato sempre i desaparecidos. Un quarto, nel 2002, il processo Imi Sir Lodo Mondadori. Risulta dal sito di Radio Radicale che Anna Argento fu sentita «in qualità di teste».
Su un neutro blog di Google Arkannen scrive: «Anna Argento se non sbaglio bazzica con i radicali». Un secondo blogger gli obietta che parlare quattro volte con la radio non vuol dire proprio «bazzicare». E il blogger uno risponde: «Dico bazzica perché so che bazzica i radicali. Cmq… ne riparleremo quando la troveremo candidata nelle loro liste». Per ora comunque Anna Argento si ritrova circondata da migliaia di amici, di gente che vorrebbe stringerla: «Un grande abbraccio e tutta la mia solidarietà», la saluta su Facebook Gerry Siracusa. Liliana Fosso le dedica l’8 marzo: «Che i suoi diritti possano essere riconosciuti al più presto!». Alberthon 65, su Youtube: «Dottoressa Argento grazie. Spero che altri giudici la seguano!».

900mila € per Ronn Moss I compensi dei vip ballerini

Notizia del 2 febbraio 2010 - 09:30

Panorama pubblica i cachet dei concorrenti di “Ballando con le stelle”. Cifre da capogiro in alcuni casi. Interviene la Commissione di vigilanza sulla Rai

di LiberoNews

ronn418bis Guardandolo volteggiare con la scioltezza di un pupo siciliano in tanti si sono chiesti “quanto durerà?”. Poi sono arrivati i primi commenti dei sempre-perfidi giudici in studio: nessuna stroncatura. Ronn Moss va così fiero dei suoi bicipiti, stagionati ma ancora arzilli, che forse è difficile dirgli che dovrebbe tornare al suo mestiere. Così il leggendario Ridge di Beautiful (così l’ha presentato la Carlucci) continua a esibire gilet a fior di pelle. E mentre il televoto miete le sue vittime lui resta in piedi. Sfiancato da volteggi e casquet, la mascella irrigidita dallo sforzo, barcolla ma non molla.

Sfogliando l’ultimo numero di Panorama il sospetto, però, è sorto spontaneamente. Novecentomila euro sono tanti . Troppi per non ammortizzarli almeno in cinque o sei puntate. Il settimanale della Mondadori ha pubblicato gli ingaggi delle Stelle che, ogni sabato sera, ballano in diretta con Milly Carlucci. Ascolti alti, altissimi. Però certe cifre, a maggior ragione di questi tempi, fanno veramente scalpore. C’è da dire che, almeno loro, se li sudano. Passare dalla scrivania di un TG Rai a una sala prove non è proprio come bere un bicchiere d’acqua. Meno che mai perdere 10 kg in tre mesi per potersi permettere gli impietosi vestiti fascianti forniti dalla sartoria (Barbara De Rossi c’è riuscita, per 240mila euro).
I 900mila euro per Ronn Moss fanno impressione, anche se lui ha tenuto a chiarire che sta affrontando “la prova più difficile di tutta la sua vita” (alla faccia!). Così come fanno impressione i 570mila di Raz Degan. Compensi evidentemente approvati dal Cda della Rai e che adesso – una volta svelati – fanno discutere. “In un periodo in cui la Rai soffre una situazione economica piuttosto delicata, basti vedere il budget di previsione per l’esercizio 2010 che registrerebbe un rosso di 118 milioni di euro – ha affermato Vincenzo Vita, componente della commissione di Vigilanza – ci piacerebbe sapere se tali super compensi corrispondano al vero, tanto più dopo che agli utenti è stato anche aumentato il canone Tv. I vertici Rai facciano chiarezza”. Tra un passo di danza e l’altro…